Pubblicato il Maggio 17, 2024

Contrariamente a quanto si pensa, il valore di un ready-made non risiede nell’oggetto stesso, ma nell’operazione mentale che lo trasforma.

  • L’arte non è più “fare”, ma “scegliere”: l’atto creativo si sposta dalla mano alla mente dell’artista.
  • Il contesto (museo, firma, titolo) è ciò che modifica la nostra percezione e attribuisce un nuovo significato all’oggetto.

Recommandation: Per comprendere l’arte concettuale, bisogna smettere di cercare la bellezza “retinica” e iniziare a interrogare l’idea che l’opera pone.

La sensazione è familiare e quasi un rito di passaggio per chiunque visiti un museo d’arte moderna: un profondo sconcerto. Di fronte a una ruota di bicicletta avvitata a uno sgabello, o a un orinatoio in porcellana esposto con la solennità di un busto romano, la domanda sorge spontanea e legittima: “Perché questa è arte?”. Lo scetticismo è la reazione più naturale, alimentata da secoli di tradizione in cui l’arte è stata sinonimo di abilità manuale, di bellezza estetica e di rappresentazione mimetica della realtà. Si cercano la pennellata magistrale, la forma scolpita con fatica, il virtuosismo tecnico, e si trova un prodotto industriale, anonimo e replicabile.

Le spiegazioni comuni spesso non aiutano, riducendo il tutto a una semplice “provocazione” contro il sistema dell’arte borghese. Sebbene ci sia del vero, questa lettura è superficiale e manca il nucleo della rivoluzione copernicana introdotta da Marcel Duchamp. Il punto non è mai stato l’oggetto in sé, che Duchamp stesso sceglieva sulla base di una totale “anestesia estetica” o “neutralità retinica”. La vera questione, il cuore pulsante del ready-made, non è l’oggetto, ma l’atto. E se la chiave per decifrare questo enigma non fosse nel “cosa” vediamo, ma nel “come” siamo stati indotti a guardarlo? E se l’atto di scegliere fosse un gesto creativo più potente del fabbricare?

Questo articolo si propone di smontare il meccanismo filosofico del ready-made. Non ci limiteremo a descrivere le opere, ma analizzeremo l’operazione mentale che trasforma un oggetto d’uso in un concetto. Esploreremo come la firma, il contesto espositivo e persino il deterioramento fisico dell’oggetto contribuiscano a questo spostamento di significato. L’obiettivo è fornire al neofita scettico non una giustificazione, ma una griglia di lettura per comprendere una delle più radicali e influenti innovazioni nella storia dell’arte, un’innovazione che ha spostato per sempre la domanda da “cos’è l’arte?” a “quando c’è arte?”.

In questo percorso, analizzeremo le tappe fondamentali che definiscono il processo del ready-made, offrendo una prospettiva chiara e strutturata per superare i pregiudizi e accedere al valore concettuale di queste opere.

Perché scegliere l’oggetto è un atto creativo superiore al fabbricarlo manualmente?

Il pregiudizio più grande contro il ready-made è l’assenza di “fattura”, l’idea che l’artista non abbia “fatto” nulla. Questa critica si basa su un’equazione millenaria: arte = abilità tecnica. Duchamp demolisce questo presupposto con un’operazione mentale tanto semplice quanto radicale: il vero atto creativo non risiede nella trasformazione fisica della materia, ma nella trasformazione concettuale del suo significato. La scelta non è un gesto passivo, ma un atto di designazione intellettuale. È l’artista che, con la sua autorità, seleziona un frammento di realtà e lo isola, costringendoci a vederlo con occhi nuovi.

Lo stesso Duchamp, difendendo la sua opera *Fontana* nel 1917, chiarì questo punto in modo inequivocabile. In un articolo sulla rivista *The Blind Man*, si legge una frase che è il manifesto di questa nuova visione, come documentato da una preziosa analisi di Smarthistory. Egli non ha creato l’orinatoio, ma, come spiega l’articolo, lo ha scelto, ha preso un articolo ordinario della vita e lo ha posizionato in modo che il suo significato utile scomparisse sotto un nuovo titolo e un nuovo punto di vista, creando un nuovo pensiero per quell’oggetto.

He CHOSE it. He took an ordinary article of life, placed it so its useful significance disappeared under the new title and point of view – created a new thought for that object.

– Marcel Duchamp, The Blind Man, 1917 – Smarthistory

Questa “creazione di un nuovo pensiero” è il cuore della questione. Il primo ready-made, *Ruota di bicicletta* (1913), non nacque come opera d’arte. Duchamp la montò nel suo studio semplicemente per il piacere di guardarla girare, un gesto contemplativo simile a osservare le fiamme in un camino. Solo in seguito capì di aver compiuto un’operazione mentale: aveva liberato due oggetti (ruota e sgabello) dalla loro funzione, creando un’entità nuova la cui unica funzione era essere guardata, essere un’idea.

La scelta dell'artista come atto creativo nel ready-made

Come mostra l’immagine, l’atto decisivo è la selezione. L’artista non è più un artigiano che plasma, ma un filosofo che indica. In questo senso, la scelta è un atto superiore alla fabbricazione, perché non aggiunge un nuovo oggetto al mondo, ma cambia il modo in cui pensiamo gli oggetti che già esistono. È un atto di pura intelligenza, non di sforzo fisico.

Originale dell’epoca o replica autorizzata: cosa stiamo guardando davvero nel museo?

Un altro punto di confusione per il visitatore è la natura dell’oggetto esposto. Molti dei ready-made originali di Duchamp sono andati perduti. Quelli che vediamo nei musei più importanti del mondo sono spesso repliche, prodotte negli anni ’50 e ’60 sotto la supervisione dell’artista stesso. Questo fatto, che per un’opera tradizionale sarebbe un declassamento a “copia”, nel caso del ready-made è la piena realizzazione del suo potenziale filosofico. Se l’opera d’arte è l’idea, l’oggetto fisico è solo un suo veicolo, un’istanza sostituibile.

Duchamp stesso incoraggiò questa smaterializzazione. Distruggendo il culto dell’originale, egli attaccava direttamente il valore feticistico e commerciale dell’opera unica. Paradossalmente, il mercato dell’arte ha finito per riassorbire anche questa critica: nel 1999, una delle repliche autorizzate di *Fontana* del 1964 è stata venduta da Sotheby’s per 1,7 milioni di dollari. Questo dimostra come il sistema sia in grado di attribuire un enorme valore economico anche a un’idea incarnata in un oggetto seriale.

Il filosofo Walter Benjamin, nel suo saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, parlava dell'”aura” dell’opera d’arte, quella sensazione di unicità e autenticità legata al suo “hic et nunc” (qui e ora). Come sottolinea la teoria critica sul ready-made, l’intento di Duchamp è proprio quello di creare un’opera “senza aura”. La replica, quindi, non è un difetto o un ripiego, ma la conferma che l’importanza non risiede nell’oggetto feticcio, ma nel concetto riproducibile. Quando guardiamo una replica autorizzata, non stiamo guardando una “copia” nel senso tradizionale. Stiamo guardando la stessa, identica “opera” dell’originale, perché l’opera è il concetto immateriale, non la sua incarnazione fisica.

Firma o certificato: cosa rende l’oggetto “arte” e non più merce da ferramenta?

Se la scelta è l’atto creativo e l’oggetto è sostituibile, qual è il momento esatto in cui avviene la trasmutazione da merce a opera d’arte? La risposta risiede in un altro gesto fondamentale: l’atto nominale. È l’atto di nominare, firmare e titolare l’oggetto che lo consacra, spostandolo da un contesto funzionale a uno simbolico. Questo gesto è il vero interruttore che accende il nuovo significato.

Il caso di *Fontana* (1917) è l’esempio più emblematico. L’orinatoio comprato da Duchamp in un negozio di sanitari (Mott Works) non era ancora un’opera d’arte. Lo diventa nel momento in cui l’artista compie tre azioni decisive:

  1. Lo ruota di 90 gradi, annullando la sua funzione.
  2. Gli dà un titolo poetico e ambiguo: *Fontana*.
  3. Lo firma con uno pseudonimo: “R. Mutt 1917”.

La firma “R. Mutt” è un colpo di genio. È un riferimento ironico al produttore (“Mott”) e forse a un popolare fumetto dell’epoca (*Mutt and Jeff*), ma soprattutto crea un’identità fittizia. L’opera è firmata, ma non direttamente da Duchamp. Questo atto di battesimo è ciò che conferisce all’oggetto uno statuto diverso, lo iscrive nel linguaggio dell’arte e lo propone per l’esposizione alla Society of Independent Artists. Il rifiuto da parte della giuria di esporre l’opera divenne parte integrante della sua storia, generando il dibattito che Duchamp stesso voleva innescare.

Il teorico Thierry De Duve ha formalizzato questo processo nella sua “teoria nominalista del ready-made”. Secondo De Duve, un’opera d’arte come il ready-made si basa su un enunciato implicito: “Questo è arte”. Affinché questa dichiarazione abbia effetto, sono necessari quattro elementi: un oggetto, un soggetto (l’artista) che pronuncia la frase, un pubblico che la recepisce e, soprattutto, un’istituzione (il museo, la galleria, la critica) che la registra e la convalida. La firma è il primo passo di questo processo di legittimazione, il certificato che avvia la pratica istituzionale.

L’errore di ridipingere un ready-made arrugginito cancellando la sua storia di oggetto vissuto

Se accettiamo che l’oggetto scelto porti con sé il suo passato funzionale, allora anche la sua materialità, con i suoi segni del tempo, diventa parte integrante dell’opera. La ruggine su uno scolabottiglie o la polvere accumulata sul *Grande Vetro* non sono difetti da correggere, ma testimonianze della vita precedente dell’oggetto, tracce che arricchiscono il suo nuovo valore simbolico. Cancellare queste tracce con un restauro invasivo sarebbe un grave errore filologico, un’incomprensione profonda della natura del ready-made.

Ridipingere uno scolabottiglie arrugginito significherebbe trattarlo come un oggetto di design da rimettere a nuovo, negando proprio quello “spostamento di contesto” che lo ha reso arte. La sua storia di oggetto umile e lavoratore è incisa nella sua patina. Questa patina è la memoria del suo “valore d’uso” ormai perduto, e proprio per questo diventa esteticamente e concettualmente rilevante nel suo nuovo status di opera d’arte. Nel 1964, quando Duchamp autorizzò la produzione di otto copie dei suoi principali ready-made, l’obiettivo era replicare l’idea, non creare oggetti perfetti e immacolati.

La ruggine e la patina del tempo su un ready-made come testimonianza della sua storia vissuta

La conservazione di un’opera concettuale di questo tipo richiede quindi un approccio radicalmente diverso dal restauro tradizionale. L’obiettivo non è riportare l’oggetto al suo stato “originale” di prodotto nuovo, ma preservare lo stato in cui si trovava al momento della “scelta” e la sua evoluzione materiale come parte del suo significato. L’ossidazione non è degrado, ma narrazione.

Piano d’azione per la conservazione concettuale di un ready-made

  1. Documentazione dello stato iniziale: Fotografare e documentare in dettaglio lo stato dell’oggetto, incluse imperfezioni e segni d’usura, al momento della sua designazione come arte.
  2. Inventario delle tracce d’uso: Mappare e considerare le tracce del tempo (graffi, ruggine, polvere) come elementi significanti e parte integrante della storia dell’opera.
  3. Confronto con l’intento: Evitare qualsiasi intervento di restauro (riverniciatura, lucidatura) che contraddica l’idea di Duchamp di “anestesia estetica” e cancelli la storia materiale.
  4. Valutazione della patina: Considerare la patina, l’ossidazione e l’invecchiamento non come un danno da riparare, ma come una testimonianza del passaggio dal valore d’uso al valore simbolico.
  5. Priorità alla conservazione preventiva: Privilegiare azioni che rallentino il degrado naturale (controllo del clima, teche protettive) rispetto a interventi invasivi che alterino la superficie dell’oggetto.

Quando il piedistallo e la teca trasformano la percezione psicologica dell’oggetto quotidiano?

L’operazione mentale di Duchamp non si completa solo con la scelta e la firma. Ha bisogno di un ultimo, fondamentale elemento: il contesto espositivo. Un orinatoio in un bagno è un sanitario; lo stesso orinatoio su un piedistallo, in una sala bianca e silenziosa di un museo, diventa un oggetto di contemplazione. Il piedistallo, la teca di vetro, l’illuminazione mirata sono dispositivi che alterano radicalmente la nostra percezione psicologica. Essi comunicano un messaggio chiaro: “Ciò che stai guardando è importante. Merita la tua attenzione”.

Questo meccanismo di sacralizzazione è stato documentato in modo efficace nel 1966, quando la BBC filmò la grande retrospettiva di Duchamp alla Tate Gallery di Londra. Il filmato mostra come oggetti comuni, una volta inseriti nel “white cube” del museo, vengano investiti di un’aura di importanza e mistero. Il contesto museale agisce come una cornice invisibile che isola l’oggetto dalla sua banalità quotidiana e lo eleva a status di icona. Il paradosso, che Duchamp stesso avrebbe apprezzato, è che l’istituzione artistica, che lui voleva criticare, diventa il suo più potente alleato nel completare il significato del ready-made.

L’oggetto, decontestualizzato dalla sua funzione, viene ricontestualizzato in un tempio laico dell’arte. Questo passaggio è cruciale e può essere riassunto chiaramente. Come illustra una sintesi del Museum of Modern Art, il processo cambia radicalmente la natura dell’oggetto.

L’oggetto prima e dopo la musealizzazione
Oggetto nel contesto originale Oggetto nel museo
Funzione utilitaria primaria Funzione contemplativa
Valore d’uso economico Valore simbolico artistico
Manipolabile e toccabile Intoccabile e sacralizzato
Anonimo e seriale Unico e firmato
Contesto quotidiano White cube neutro

Senza il piedistallo e la teca, il ready-made rischierebbe di rimanere invisibile, di essere scambiato per un oggetto fuori posto. Il museo, quindi, non è un contenitore passivo, ma un attore che partecipa attivamente alla creazione del significato dell’opera.

Provocazione sterile o nuovo canone: come distinguere il genio dal bluff?

La critica più persistente mossa contro il ready-made è che si tratti di un bluff, di una provocazione fine a se stessa che chiunque potrebbe replicare. “Potrei farlo anch’io” è la frase che echeggia nelle sale dei musei. Sebbene tecnicamente vera (chiunque può comprare uno scolabottiglie), questa obiezione manca il punto cruciale: il valore non sta nell’atto di replicare, ma nell’atto di inventare il gesto per la prima volta. Essere il primo a pensare e ad attuare un’idea che cambia le regole del gioco è ciò che distingue il genio dal semplice imitatore.

La vera prova per distinguere una provocazione sterile da un’innovazione che fonda un nuovo canone è il tempo. Un bluff si esaurisce rapidamente, una volta svelato il trucco. Un’idea geniale, invece, genera conseguenze, apre nuove strade e continua a essere fertile per le generazioni future. A più di un secolo dalla sua invenzione, l’impatto del ready-made è innegabile. Come evidenziato da un’analisi del Metropolitan Museum of Art, il ready-made continua a influenzare l’arte contemporanea da oltre 100+ anni. Artisti come Piero Manzoni, Andy Warhol, Jeff Koons e Damien Hirst hanno tutti, in modi diversi, un debito profondo con l’operazione mentale di Duchamp.

Il ready-made non è stato un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Ha legittimato l’idea che l’arte possa essere un’indagine filosofica, una domanda posta attraverso un oggetto, piuttosto che una risposta fornita attraverso un’immagine. Ha aperto la porta all’arte concettuale, alla performance, all’installazione e a tutte le pratiche in cui il processo e l’idea contano più del prodotto finale. Il fatto che ancora oggi, dopo più di un secolo, siamo qui a discutere del significato di un orinatoio è la prova più schiacciante che non si trattava di un bluff, ma di una delle idee più potenti e durature del XX secolo.

Opera d’arte o manifesto pubblicitario: dove tracciare la linea di confine?

Se il ready-made consiste nello scegliere un prodotto industriale e ricontestualizzarlo, cosa impedisce a qualsiasi vetrina di un negozio di essere considerata un’installazione artistica? La linea di confine tra arte e display commerciale, già sottile in Duchamp, è diventata quasi invisibile con alcuni artisti contemporanei, che hanno abbracciato l’estetica del consumismo in modo ironico e critico. L’oggetto non è più solo decontestualizzato, ma la sua natura di merce viene esaltata fino a farla diventare il soggetto stesso dell’opera.

Jeff Koons è forse l’erede più famoso e controverso di questa tendenza. Con la sua serie ‘New Shelton Wet/Drys’ del 1981, Koons prende degli aspirapolveri nuovi di zecca e li espone in teche di plexiglas illuminate al neon, come fossero reliquie preziose in un santuario. L’intento non è più quello di Duchamp di raggiungere una “neutralità retinica”, ma al contrario di sfruttare al massimo il feticismo della merce, il suo fascino seduttivo e la sua promessa di perfezione. L’aspirapolvere non è scelto per la sua banalità, ma per il suo essere un simbolo scintillante del desiderio consumistico.

Il confine sfumato tra arte e pubblicità nell'oggetto di consumo

In artisti come Koons o Damien Hirst, il confine tra arte e pubblicità si sfuma deliberatamente. L’opera utilizza lo stesso linguaggio visivo del marketing di lusso per criticare, celebrare o semplicemente riflettere sulla nostra società dei consumi. La teca non serve più solo a sacralizzare, ma imita l’estetica del packaging e del display commerciale. La domanda non è più “perché questo è arte?”, ma “questo oggetto critica il sistema del mercato o ne è la sua più alta e cinica espressione?”.

La linea di confine, quindi, non è più nell’oggetto, ma nell’intenzione dichiarata dall’artista e nel sistema che la legittima. Un display in un negozio ha lo scopo di vendere il prodotto; l’opera di Koons ha lo scopo di essere venduta come opera d’arte che riflette sul desiderio di quel prodotto. È un cortocircuito semantico che rappresenta l’evoluzione più recente e problematica dell’eredità del ready-made.

Da ricordare

  • Il ready-made sposta l’atto creativo dalla fabbricazione manuale alla scelta intellettuale dell’artista.
  • L’oggetto fisico è secondario rispetto all’idea: per questo le repliche autorizzate mantengono lo stesso valore concettuale dell’originale.
  • La trasformazione da oggetto a opera d’arte avviene tramite l’atto nominale (firma, titolo) e la ricontestualizzazione nel sistema museale.

Quando l’idea supera l’opera: capire il concettualismo radicale senza pregiudizi

Siamo giunti al cuore della questione, al principio che unisce tutti i punti precedenti: con il ready-made, e con tutta l’arte concettuale che ne è derivata, l’idea non è solo una parte dell’opera, è l’opera stessa. Il prodotto fisico, che sia un orinatoio, una fotografia o una semplice frase scritta su un muro, è solo la documentazione, la traccia sensibile di un processo di pensiero. Questo è il passaggio più difficile da accettare per chi è abituato a un’arte basata sull’estetica e sulla piacevolezza visiva, o “retinica”, come la chiamava Duchamp.

I was interested in ideas—not merely in visual products. An ordinary object could be elevated to the dignity of a work of art by the mere choice of an artist.

– Marcel Duchamp, MoMA – Marcel Duchamp and the Readymade

Capire il concettualismo radicale richiede un cambio di approccio attivo da parte dello spettatore. Non si tratta più di “guardare” passivamente, ma di “leggere” attivamente. Bisogna porsi le domande giuste: qual è il concetto dietro questo oggetto? Quale regola o presupposto sta mettendo in discussione? Cosa mi dice il titolo? Perché l’artista ha scelto proprio questo materiale o questo formato? L’opera non è più un oggetto da ammirare, ma un dispositivo per pensare.

Accedere a questo tipo di arte senza pregiudizi significa essere disposti a mettere da parte il giudizio estetico tradizionale (“mi piace / non mi piace”) per abbracciare un approccio più analitico e investigativo. Di seguito, alcuni passi per affrontare un’opera concettuale:

  • Sospendere il giudizio estetico: Non cercare la bellezza o l’abilità tecnica. L’opera potrebbe essere volutamente “brutta” o realizzata in modo sciatto per concentrare l’attenzione sull’idea.
  • Cercare la domanda: Chiedersi quale sia il concetto o la domanda filosofica che l’opera pone riguardo all’arte, alla società, alla percezione.
  • Considerare il contesto: Analizzare il contesto storico, culturale e istituzionale in cui l’opera è nata. Un’opera concettuale è sempre un dialogo con il suo tempo.
  • Analizzare il titolo: Il titolo non è quasi mai una semplice descrizione. È una parte integrante dell’opera, una chiave di lettura che può aggiungere ironia, poesia o complessità.
  • Accettare il processo: Comprendere che il vero “lavoro” artistico avviene nella mente dello spettatore. L’opera è lo stimolo, ma la sua risoluzione è il processo mentale di comprensione che essa innesca.

La prossima volta che vi troverete di fronte a un’opera che vi lascia perplessi, che sia un ready-made storico o un’installazione contemporanea, fermatevi. Invece di liquidarla come un bluff, provate ad applicare questa griglia di lettura. L’esperienza potrebbe trasformarsi da un momento di frustrazione a un’affascinante sfida intellettuale.

Scritto da Alessandro Conti, Storico dell'arte e critico accademico, docente specializzato nei movimenti del XIX e XX secolo, dall'Impressionismo alle Avanguardie storiche, fino all'Arte Povera.