
L’acquisto di una performance art non è un atto di fede, ma una precisa transazione contrattuale in cui l’opera non è l’azione, ma il pacchetto di diritti che la governa.
- Il valore risiede nello “script performativo”, il documento o accordo (anche orale) che ne definisce le regole di riesecuzione.
- Il certificato di autenticità non è un accessorio, ma il titolo di proprietà legale dell’opera concettuale e dei diritti associati.
Raccomandazione: Verificare sempre la natura dei diritti di riesecuzione ceduti e la solidità del certificato d’autenticità prima di ogni acquisizione, trattandolo come un vero e proprio atto legale.
Cosa si acquista, realmente, quando l’opera è un gesto, un respiro, un’azione destinata a svanire nel momento stesso in cui accade? Per il collezionista d’avanguardia, confrontarsi con la performance art rappresenta la frontiera ultima dell’investimento culturale. L’idea di possedere un’opera di Marina Abramović o Tino Sehgal affascina, ma solleva un quesito legale fondamentale: come si può rivendicare la proprietà di un’esperienza immateriale? L’istinto porta a cercare appigli concreti: fotografie, video, oggetti di scena. Questi elementi, sebbene preziosi, sono spesso solo l’eco dell’opera, non la sua essenza.
Il mercato ha risposto a questa sfida in modi convenzionali, spesso riducendo la performance a una sua documentazione vendibile. Ma questo approccio tradisce la natura radicale di questa forma d’arte. E se la chiave non fosse tentare di “fissare” l’effimero, ma di possederne la formula generativa? Se l’opera d’arte non fosse l’esecuzione, ma lo script contrattuale che la definisce e ne permette la replica? Questa è la tesi pionieristica che sta ridefinendo i confini del collezionismo contemporaneo. Acquistare una performance significa entrare in un territorio legale complesso, dove l’oggetto della transazione non è un bene fisico, ma un insieme di diritti, istruzioni e autorizzazioni.
Questo articolo funge da guida legale per il collezionista audace. Analizzeremo, da una prospettiva contrattuale, cosa significhi acquistare, valutare e possedere un’azione del corpo umano. Sveleremo perché lo “script” è più importante dell’esecuzione, quale valore legale abbiano gli oggetti residui e come navigare i rischi legati alla riesecuzione di opere storiche. L’obiettivo è trasformare l’incertezza dell’effimero in un asset legale solido e difendibile.
In questo percorso, analizzeremo la struttura legale e commerciale che permette di dare un valore tangibile a un’esperienza per sua natura intangibile. Esploreremo i meccanismi che definiscono il possesso e il prezzo di un’opera che vive solo nell’azione.
Sommario: Analisi legale del collezionismo di Performance Art
- Perché comprare lo “script” della performance è l’unico modo per possederla davvero?
- Automutilazione o resistenza: fino a dove può spingersi il corpo dell’artista in nome dell’arte?
- Oggetti di scena o feticci: che valore hanno gli oggetti usati durante una Body Art?
- Il rischio legale di replicare una performance storica senza pagare le royalties agli eredi
- Quando il video della performance diventa un’opera d’arte autonoma con un suo mercato?
- Perché un certificato di autenticità vale più dell’esecuzione materiale dell’opera?
- Perché i biglietti per performance a numero chiuso raggiungono prezzi da concerto rock?
- Come si stabilisce il prezzo di un evento performativo irripetibile che non lascia oggetti?
Perché comprare lo “script” della performance è l’unico modo per possederla davvero?
Nel diritto dell’arte tradizionale, l’acquisto coincide con il trasferimento di un oggetto fisico. Nella performance art, questo paradigma si dissolve. Ciò che si acquista non è un manufatto, ma un concetto governato da un insieme di regole: lo script performativo. Questo script è il vero cuore dell’opera, l’asset legale che il collezionista acquisisce. Può essere un documento scritto dettagliato, con istruzioni precise su gesti, tempistiche e interazioni, oppure, nei casi più radicali, un accordo puramente verbale. L’esempio più emblematico è quello di Tino Sehgal, che vende le sue “constructed situations” esclusivamente attraverso transazioni orali. Come evidenziato in un’analisi delle sue pratiche, l’acquisto avviene in presenza di un notaio e si conclude con una stretta di mano, senza alcun documento scritto. In questo atto, il collezionista non compra un oggetto, ma la cessione dei diritti di riesecuzione secondo la “formula generativa” dettata dall’artista.
Questo approccio sposta il focus dalla materialità a un puro atto contrattuale. Il valore non risiede in una tela o una scultura, ma nella licenza esclusiva di poter riattivare l’opera. Il collezionista diventa il custode del concetto, l’unico autorizzato a riportarlo in vita. L’assenza di un oggetto fisico non diminuisce il valore legale dell’acquisizione; al contrario, lo concentra interamente sul diritto immateriale. La tecnologia sta ulteriormente evolvendo questo concetto: l’avvento degli NFT, come nel progetto di Marina Abramović, rappresenta la digitalizzazione dello script. Un NFT può contenere le istruzioni, il certificato di autenticità e la prova di proprietà in un unico token crittografico, formalizzando contrattualmente l’acquisto di un’idea.
Checklist d’audit per l’acquisizione di una performance
- Punti di contatto: Identificare tutti i canali in cui l’opera si manifesta (esecuzione dal vivo, documentazione, script, certificato).
- Collezione delle prove: Inventariare gli elementi esistenti (es. istruzioni scritte, accordi verbali registrati, documentazione fotografica/video autorizzata).
- Coerenza contrattuale: Verificare che lo script e il certificato definiscano chiaramente i diritti di riesecuzione, le limitazioni e gli obblighi del proprietario.
- Memorabilità e unicità: Valutare l’originalità della “formula generativa” rispetto ad altre opere, distinguendo il concetto unico dal generico.
- Piano di integrazione: Definire come i diritti acquisiti verranno esercitati (es. prestiti a musei per la riesecuzione, conservazione dello script).
Automutilazione o resistenza: fino a dove può spingersi il corpo dell’artista in nome dell’arte?
La Body Art spinge il corpo ai suoi limiti fisici e psicologici, trasformandolo in materia espressiva. Per un collezionista, questo solleva questioni legali e etiche complesse: quali sono i confini della responsabilità quando si acquisisce un’opera che implica un rischio fisico per l’esecutore? La legge traccia una linea netta tra espressione artistica e reato. Atti di automutilazione, sebbene storicamente presenti in performance radicali (si pensi a Chris Burden o Gina Pane), navigano in una zona grigia legale. Un’azione che provochi lesioni gravi e permanenti potrebbe essere perseguibile penalmente, indipendentemente dal contesto artistico. Di conseguenza, il collezionista che commissiona o acquista i diritti per una tale performance potrebbe essere esposto a responsabilità legali, specialmente se l’esecuzione avviene sotto la sua egida.
Il mercato e le istituzioni hanno sviluppato un sistema di classificazione del rischio per navigare questa complessità. Le performance vengono spesso categorizzate in base al livello di pericolo:

Questa classificazione non è puramente accademica, ma ha implicazioni contrattuali dirette. Per le performance ad alto rischio, i contratti di acquisizione includono clausole specifiche che prevedono assistenza medica obbligatoria, assicurazioni e liberatorie dettagliate per proteggere tutte le parti coinvolte. La presenza dell’artista originale rispetto a interpreti autorizzati diventa un fattore cruciale. Quando l’artista stesso esegue l’azione, si assume un rischio personale; quando a eseguirla sono performer terzi, la responsabilità del committente (il collezionista o il museo) aumenta esponenzialmente. Per il collezionista, quindi, la valutazione del rischio fisico non è solo una questione morale, ma un calcolo legale fondamentale che influenza il contratto e il valore dell’opera.
Oggetti di scena o feticci: che valore hanno gli oggetti usati durante una Body Art?
Se la performance è effimera, cosa ne è degli oggetti che ne hanno fatto parte? Sedie, tavoli, abiti, o persino le tracce corporee lasciate dall’artista (sangue, capelli, sudore) diventano reliquie cariche di significato. Dal punto di vista legale e di mercato, il loro valore non è intrinseco, ma deriva da una precisa gerarchia basata sulla loro centralità funzionale all’interno dell’azione. Un oggetto senza il quale la performance non avrebbe potuto esistere (un “oggetto fulcro”) possiede un valore esponenzialmente superiore a un elemento puramente decorativo o periferico. Le sedie usate da Marina Abramović in “The Artist is Present” non sono semplici sedie: sono il dispositivo che ha reso possibile l’interazione, il cuore materiale dell’opera concettuale.
Questa gerarchia è fondamentale per il collezionista, poiché determina il valore di mercato e la natura legale dell’oggetto. Un’analisi del mercato delle reliquie performative mostra una chiara tassonomia del valore.
| Categoria | Descrizione | Valore di mercato stimato | Esempio |
|---|---|---|---|
| Oggetti fulcro | Essenziali per l’azione, insostituibili | 100.000€ – 500.000€+ | Sedie di ‘The Artist is Present’ di Abramović |
| Oggetti periferici | Presenti ma non centrali | 10.000€ – 50.000€ | Costumi secondari |
| Tracce corporee | Impronte, sudore, sangue | 5.000€ – 100.000€ | Tele con impronte corporee |
| Documentazione originale | Foto/video d’epoca | 1.000€ – 20.000€ | Negativi fotografici originali |
Questi oggetti non sono semplici memorabilia, ma possono essere considerati opere derivate, il cui valore è autenticato e certificato in relazione alla performance originale. Le vendite record, come i 200.000 dollari per una performance documentata di Ana Mendieta, confermano che il mercato riconosce un valore autonomo a questi frammenti. Per il collezionista, l’acquisto di un oggetto di scena deve essere sempre accompagnato da un certificato che ne attesti in modo inequivocabile il ruolo e la provenienza dalla performance, trasformando un potenziale “feticcio” in un asset artistico legalmente riconosciuto.
Il rischio legale di replicare una performance storica senza pagare le royalties agli eredi
Acquistare i diritti di riesecuzione di una performance non è come comprare un quadro. L’opera è protetta dal diritto d’autore, che si scinde in due componenti fondamentali: i diritti patrimoniali e i diritti morali. Mentre i diritti patrimoniali (il diritto di eseguire, riprodurre e distribuire l’opera a fini economici) possono essere venduti dal collezionista, i diritti morali sono inalienabili e perpetui. Essi includono il diritto alla paternità dell’opera e, soprattutto, il diritto all’integrità, che permette all’artista o ai suoi eredi di opporsi a qualsiasi deformazione o modifica che possa danneggiare l’onore o la reputazione dell’autore. Ignorare questa distinzione espone il collezionista a rischi legali significativi.
Replicare una performance storica senza l’autorizzazione degli eredi o della fondazione che ne gestisce i diritti costituisce una violazione del diritto d’autore, passibile di azioni legali e richieste di risarcimento. Il progetto “Seven Easy Pieces” di Marina Abramović al MoMA nel 2005 è diventato un modello legale di riferimento. Per rimettere in scena opere di artisti come Bruce Nauman o Vito Acconci, Abramović e il museo hanno intrapreso un meticoloso processo per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie, negoziando con gli artisti o i loro eredi per garantire il pieno rispetto sia dei diritti patrimoniali che di quelli morali. Questo caso ha stabilito un protocollo per la riesecuzione etica e legale, dimostrando che la fedeltà all’intento originale è un obbligo non solo artistico, ma anche giuridico.
La complessità aumenta in un contesto internazionale, poiché la durata del diritto d’autore varia (generalmente da 50 a 70 anni dopo la morte dell’artista). Un collezionista che acquista i diritti in un paese potrebbe scoprire che l’opera è già di dominio pubblico in un altro, o viceversa. Pertanto, ogni contratto di acquisizione di una performance storica deve includere una due diligence legale approfondita sullo stato del copyright nei principali mercati artistici, per evitare di investire in un asset i cui diritti di esclusiva potrebbero essere legalmente contestati.
Quando il video della performance diventa un’opera d’arte autonoma con un suo mercato?
Tradizionalmente, la documentazione video o fotografica di una performance era considerata un semplice strumento di archiviazione. Tuttavia, questa visione è stata superata. Oggi, la registrazione di una performance può trascendere la sua funzione documentaria e diventare un’opera d’arte autonoma, con una propria edizione, un proprio mercato e una propria tutela legale. Questo avviene quando l’artista stesso cura la regia, il montaggio e la post-produzione della registrazione, trasformandola da semplice ripresa a creazione artistica a sé stante. A questo punto, il video non è più solo la “prova” che la performance è avvenuta, ma diventa un’opera di videoarte.
Dal punto di vista contrattuale, è fondamentale che il certificato di autenticità specifichi chiaramente la natura dell’oggetto venduto. Si sta acquistando: 1) il diritto di rieseguire la performance (lo script), 2) una copia di un video-documentario senza valore artistico autonomo, oppure 3) un’edizione limitata di un’opera di videoarte derivata dalla performance? Questa distinzione è cruciale. Nel terzo caso, il collezionista acquista un’opera finita e non modificabile, soggetta alle regole del mercato della videoarte (edizioni, prove d’artista, etc.). Il mercato degli NFT ha ulteriormente accelerato questa tendenza, come dimostrano le vendite per oltre 300.000 dollari in 24 ore della serie NFT “The Hero 25FPS” di Marina Abramović. In questo caso, ogni NFT non è la performance originale, ma un’opera digitale unica (un “frame” del video) con un proprio certificato di proprietà immutabile sulla blockchain.

Per il collezionista, questa dissociazione crea nuove opportunità di investimento, ma richiede una chiara comprensione legale. L’acquisto del video in edizione limitata non conferisce automaticamente il diritto di rimettere in scena la performance originale. Questi due asset (lo script performativo e l’opera video) sono legalmente distinti e possono essere venduti separatamente, ciascuno con il proprio certificato e il proprio valore di mercato. La strategia di un collezionista avveduto potrebbe essere quella di acquisire entrambi per possedere l’intero “universo” concettuale dell’opera.
Perché un certificato di autenticità vale più dell’esecuzione materiale dell’opera?
Nel mercato dell’arte concettuale e performativa, il paradosso più grande per un collezionista è accettare che il documento cartaceo (o digitale) che accompagna l’opera vale, legalmente ed economicamente, più dell’esperienza stessa. Il certificato di autenticità non è un semplice accessorio, ma è l’atto di proprietà, il titolo legale che attesta il possesso non dell’oggetto, ma del concetto. Senza di esso, un’installazione è solo un ammasso di materiali e una performance rieseguita è una mera imitazione priva di valore. L’opera di Tino Sehgal estremizza questo principio. Come descritto nel suo processo di vendita: “Chi compra il diritto a mettere in scena una delle sue situazioni in edizione limitata, deve accontentarsi di una stretta di mano”.
Chi compra il diritto a mettere in scena una delle sue situazioni in edizione limitata, deve accontentarsi di una stretta di mano
– Descrizione del processo di vendita di Tino Sehgal, ArtBooms
Questa “stretta di mano”, avvenendo davanti a un notaio, è un contratto verbale la cui unica prova legale successiva è la testimonianza e la registrazione notarile, che di fatto agisce come certificato. L’acquisizione di ‘This Situation’ da parte del Centre Pompidou ha istituzionalizzato questo approccio. Il museo parigino ha acquisito verbalmente il diritto di rieseguire la performance, diventando custode della “formula generativa” dell’opera. Il valore dell’acquisizione non risiede in alcun oggetto, ma nel diritto esclusivo, certificato dal processo notarile, di poter riattivare l’opera. Il certificato è la prova della titolarità del diritto di riesecuzione, ed è questo che viene scambiato sul mercato secondario. Esso definisce i limiti, le condizioni e le modalità di riesecuzione, proteggendo l’integrità dell’opera e l’investimento del collezionista. Perdere il certificato equivale a perdere l’opera stessa.
Perché i biglietti per performance a numero chiuso raggiungono prezzi da concerto rock?
Il valore di un’esperienza performativa a numero chiuso non è determinato solo dalla fama dell’artista, ma da un principio economico fondamentale: la scarsità artificiale. A differenza di un concerto in uno stadio, molte performance sono concepite per spazi intimi o richiedono un’interazione diretta che limita drasticamente il numero di spettatori ammissibili per ogni sessione. Questa limitazione fisica non è un bug, ma una feature: è parte integrante dell’opera stessa. L’esclusività che ne deriva trasforma il biglietto da semplice titolo d’accesso a un bene di lusso, il cui prezzo è guidato da una domanda che supera di gran lunga l’offerta. Le code di visitatori disposti a pagare prezzi premium per le performance di Tino Sehgal al Guggenheim nel 2010 sono la prova che il pubblico è disposto a investire per un’esperienza percepita come unica e irripetibile.
Dal punto di vista di un organizzatore o di un collezionista che possiede i diritti di riesecuzione, il prezzo del biglietto è una leva strategica basata su tre fattori principali:
- Limitazione fisica dello spazio: Molte performance sono progettate per un massimo di 50-100 persone per sessione, creando un’intimità che giustifica un prezzo elevato.
- Presenza dell’artista originale vs. interpreti autorizzati: Un biglietto per una performance eseguita dall’artista stesso avrà sempre un valore percepito superiore rispetto a una riesecuzione, per quanto autorizzata.
- Unicità dell’esperienza: La promessa di una performance che non verrà mai replicata in modo identico (a causa di elementi improvvisati o interattivi) crea un senso di urgenza e unicità che ne aumenta il valore.
Questi fattori posizionano il biglietto per una performance esclusiva non come un servizio di intrattenimento, ma come l’acquisto di un’esperienza artistica elitaria. Il prezzo non riflette solo i costi di produzione, ma capitalizza sulla rarità e sul prestigio associati alla partecipazione. Per il partecipante, il biglietto diventa il “certificato” di aver preso parte a un evento storico, un ricordo tangibile di un’esperienza altrimenti immateriale.
Punti chiave da ricordare
- Lo “script” della performance, scritto o orale, è il vero asset contrattuale che si acquisisce, non l’esecuzione materiale.
- Il valore degli oggetti di scena e delle tracce materiali è direttamente proporzionale alla loro centralità funzionale nell’azione performativa.
- Il certificato di autenticità non è un accessorio, ma il titolo di proprietà legale dell’opera concettuale e dei diritti di riesecuzione.
Come si stabilisce il prezzo di un evento performativo irripetibile che non lascia oggetti?
Stabilire il prezzo di un’opera unica e immateriale è una delle sfide più grandi per il mercato dell’arte. Quando non ci sono oggetti fisici da valutare, il prezzo deve essere costruito su un insieme di criteri intangibili che ne giustifichino il valore per un collezionista o un’istituzione. Il prezzo non è arbitrario, ma il risultato di un’analisi ponderata che combina la reputazione dell’artista con la natura stessa dell’opera. L’acquisizione di “The Kiss” (2003) di Tino Sehgal da parte del MoMA ne è un esempio lampante: un’acquisizione da 70.000 dollari da parte del MoMA per un’opera che esiste solo quando due danzatori la eseguono, dimostra che le istituzioni sono disposte a investire cifre importanti per concetti puri.
Per sistematizzare questa valutazione, gli esperti del settore utilizzano una sorta di checklist che pesa diversi fattori qualitativi e quantitativi. Questa metodologia permette di trasformare elementi astratti in una base per la negoziazione economica.
| Criterio di valutazione | Peso % | Indicatori chiave |
|---|---|---|
| Track record dell’artista | 30% | Vendite passate, presenza in musei, riconoscimenti |
| Unicità e irripetibilità | 25% | Impossibilità tecnica/legale di replica |
| Complessità produttiva | 20% | Numero interpreti, durata, location speciali |
| Rilevanza storica | 15% | Prima opera del genere, rottura con tradizione |
| Domanda istituzionale | 10% | Interesse di MoMA, Tate, Centre Pompidou |
Il track record dell’artista rappresenta il fattore più pesante, poiché il mercato si basa sulla fiducia consolidata nel tempo. Tuttavia, l’unicità e l’irripetibilità sono elementi specifici della performance art che possono aumentarne drasticamente il valore: un’opera che per sua natura o per volontà dell’artista non potrà mai essere replicata diventa un momento storico unico, e il suo prezzo riflette questa eccezionalità. La domanda da parte di istituzioni prestigiose come il MoMA o la Tate Modern agisce infine come un sigillo di approvazione, validando il prezzo e consolidando il valore dell’opera sul lungo termine.
Navigare con sicurezza questo mercato pionieristico richiede quindi non solo una profonda sensibilità artistica, ma anche una solida competenza legale. Il passo successivo per ogni collezionista serio consiste nel dotarsi di una consulenza specializzata per validare la struttura contrattuale di ogni potenziale acquisizione, trasformando un gesto effimero in un asset eterno.
Domande frequenti sul collezionismo di Performance Art
Qual è la differenza tra diritto patrimoniale e diritto morale?
Il diritto patrimoniale riguarda lo sfruttamento economico dell’opera (come il diritto di riesecuzione) e può essere acquistato o venduto. Il diritto morale, invece, è inalienabile e protegge l’integrità dell’opera e la paternità dell’artista; resta sempre agli eredi e permette loro di contestare esecuzioni che tradiscono l’intento originale.
Come varia la durata del diritto d’autore tra paesi?
La durata della protezione del diritto d’autore non è uniforme a livello globale. Varia tipicamente da 50 a 70 anni dopo la morte dell’artista, a seconda della legislazione nazionale. Questa discrepanza crea notevoli complessità per i collezionisti che operano su un mercato internazionale.
Chi garantisce la qualità di una riesecuzione?
Anche se un collezionista ha legalmente acquistato i diritti di riesecuzione, gli eredi dell’artista (in virtù del diritto morale) possono contestare legalmente una replica che ritengono di bassa qualità o non fedele allo spirito dell’opera originale. La garanzia ultima della qualità risiede quindi nel rispetto dello “script” e nell’approvazione, formale o informale, della fondazione o degli eredi.