
La vera frode nel mercato dell’arte fotografica non risiede nell’atto del fotoritocco, ma nell’opacità del processo che lo nasconde, minando l’integrità dell’opera e il valore dell’investimento.
- Il valore di un’opera manipolata dipende dalla coerenza tra l’intenzione artistica e l’esecuzione tecnica, e soprattutto dalla sua totale trasparenza.
- La certificazione dell’autenticità si sposta dal solo file digitale all’oggetto fisico (stampa Fine Art su carta museale) e a nuovi strumenti di tracciabilità (NFT, dichiarazioni di processo).
Raccomandazione: Esigere sempre dall’artista o dalla galleria una “dichiarazione di processo” dettagliata che documenti ogni intervento di post-produzione prima di qualsiasi acquisizione.
Per un collezionista d’arte, l’acquisizione di una fotografia è un atto di fiducia. Ma nell’era digitale, dove i confini tra post-produzione e fotoritocco sono sempre più labili, questa fiducia è messa a dura prova. Ci si interroga se l’immagine che si ammira sia il frutto di un “istante decisivo” o di centinaia di ore di manipolazione. Il dibattito non è nuovo: la manipolazione esisteva già in camera oscura. Tuttavia, la potenza e l’accessibilità di strumenti come Photoshop e, più recentemente, le intelligenze artificiali generative, hanno trasformato la scala del problema, rendendo la distinzione tra intervento correttivo e alterazione sostanziale una questione critica. Il rischio non è puramente teorico: nel mercato dell’arte, l’incertezza alimenta la contraffazione, e non è un caso se secondo analisi di settore, le opere di arte contemporanea sono tra le più copiate, con oltre il 75% sul totale dei reati in questo campo registrati in Italia in anni recenti.
La questione fondamentale, quindi, non è più se un’immagine sia stata ritoccata, ma fino a che punto. La vera linea di demarcazione tra arte e frode non è l’assenza di manipolazione, bensì l’assenza di trasparenza. Questo articolo non si propone di demonizzare la post-produzione, ma di fornire al collezionista e al gallerista un quadro deontologico e tecnico per navigare questo complesso panorama. Analizzeremo quando un intervento digitale rafforza la visione dell’artista e quando, invece, diventa un inganno che compromette l’autenticità e il valore dell’opera. L’obiettivo è trasformare il dubbio in competenza, fornendo gli strumenti per valutare la tracciabilità del processo artistico, dalla cattura dell’immagine alla stampa finale certificata.
Questo approfondimento è strutturato per guidarvi attraverso i punti nevralgici del dibattito. Esamineremo i criteri etici adottati dalle istituzioni, le tecniche che definiscono il valore, gli errori che lo distruggono e le soluzioni per garantire un acquisto informato e sicuro. Ecco la mappa del nostro percorso.
Sommario: Navigare l’etica del fotoritocco nel collezionismo d’arte
- Perché la trasparenza sulla post-produzione è fondamentale nei concorsi di fotogiornalismo e arte?
- Come pulire una scansione senza alterare la grana e la verità storica della pellicola?
- Compositing creativo o foto diretta: quale tecnica ha più valore sul mercato dell’arte contemporanea?
- L’errore di un fotoritocco eccessivo che rende la pelle dei soggetti finta e datata
- Quando i difetti del monitor non calibrato emergono disastrosamente sulla stampa Fine Art?
- Come l’upscaling neurale permette di stampare immagini giganti da file piccoli senza sgranare?
- L’errore di fidarsi di autentiche datate senza richiedere la conferma delle fondazioni attuali
- Perché la carta cotone museale è indispensabile per certificare una stampa Fine Art?
Perché la trasparenza sulla post-produzione è fondamentale nei concorsi di fotogiornalismo e arte?
Nel fotogiornalismo, il confine tra ottimizzazione e manipolazione è una questione di etica professionale. Le istituzioni più prestigiose, come il World Press Photo, non vietano la post-produzione, ma esigono una trasparenza assoluta. La loro policy non si basa su un giudizio di valore estetico, ma su un principio di integrità documentale: l’immagine deve rimanere una testimonianza fedele della realtà osservata. Qualsiasi alterazione che modifichi il contenuto sostanziale della scena (aggiungendo, spostando o rimuovendo elementi) è considerata una violazione deontologica che porta alla squalifica.
Questo approccio stabilisce uno standard di riferimento cruciale anche per il mercato dell’arte. Sebbene l’arte consenta una libertà espressiva infinitamente maggiore, il principio di trasparenza rimane il pilastro per la valutazione dell’opera da parte di un collezionista. L’opacità sul processo creativo può essere interpretata non come una scelta stilistica, ma come un tentativo di nascondere una debolezza tecnica o, peggio, di gonfiare artificialmente il valore di un’opera.
Studio di caso: Il World Press Photo e la commissione indipendente sul fotoritocco
Per affrontare il crescente problema della manipolazione non dichiarata, il World Press Photo ha introdotto una squadra di esperti indipendenti il cui compito è produrre perizie per certificare il grado di ritocco tra il file RAW originale e l’immagine finale. Le conclusioni di questa commissione vengono trasmesse alla giuria, che ne tiene conto nella valutazione. Il comunicato stampa che ha accompagnato questa iniziativa è inequivocabile: “Ci aspettiamo che i fotoreporter professionali rispettino gli standard etici del giornalismo e non manomettano il contenuto delle loro immagini con l’aggiunta o la rimozione di elementi”. Questa formalizzazione della verifica dimostra che la tracciabilità del processo è diventata un criterio di validazione istituzionale.
Per un collezionista, adottare una mentalità simile significa richiedere una “dichiarazione di processo” da parte dell’artista. Sapere se un cielo drammatico è stato catturato in fase di scatto o creato in post-produzione non serve a sminuire l’opera, ma a comprenderne la natura, la complessità e, di conseguenza, a formularne una valutazione economica più giusta e consapevole.
Come pulire una scansione senza alterare la grana e la verità storica della pellicola?
Quando si lavora con archivi fotografici analogici, il passaggio al digitale tramite scansione introduce un dilemma critico: come restaurare l’immagine senza tradirne l’essenza? La pulizia digitale di polvere, graffi o imperfezioni della pellicola è un intervento legittimo e spesso necessario per la conservazione. Tuttavia, un eccesso di zelo può portare a un’alterazione della “verità storica” dell’opera, cancellando elementi caratterizzanti come la grana della pellicola, che non è un difetto, ma parte integrante dell’estetica e della matericità dell’originale.

La grana è l’impronta digitale di una pellicola: la sua struttura, dimensione e densità variano a seconda del tipo di emulsione, della sensibilità ISO e del processo di sviluppo. Un restauro digitale che appiattisce questa texture con filtri di riduzione del rumore troppo aggressivi non sta “pulendo” l’immagine, la sta snaturando. Per un collezionista, una stampa proveniente da una scansione che ha annullato la grana originale è un’opera che ha perso parte della sua anima e del suo contesto storico. La sfida, quindi, è bilanciare la rimozione dei difetti accidentali (polvere, graffi) con la preservazione delle caratteristiche intrinseche del supporto originale.
L’idea che la manipolazione sia nata con il digitale è, in realtà, un’imprecisione storica. Come evidenziato da esperti del settore, la camera oscura era essa stessa un laboratorio di incredibili alterazioni.
Con l’avvento dell’era digitale, si è visto come è cambiato il modo di fare fotografie e come sono cambiate le immagini. Ma prima di questo momento storico, esisteva già il concetto di manipolazione di immagini. Al posto di Photoshop la manipolazione avveniva all’interno della camera oscura, con risultati che erano incredibili per l’epoca. Venivano infatti create immagini surreali al pari delle immagini incredibili che vengono create oggi con i software di post-produzione.
– Tesi universitaria Ca’ Foscari, Photoshop e l’era digitale: dalle origini del fotoritocco
Il punto non è quindi condannare l’intervento, ma valutarne l’intenzione e l’effetto. Un buon restauro digitale è come quello di un affresco antico: rimuove lo sporco del tempo, ma rispetta la patina e la tecnica originale. Per questo, un collezionista dovrebbe sempre chiedere se la stampa derivi da pellicola e, in tal caso, informarsi sulle tecniche di scansione e pulizia utilizzate.
Compositing creativo o foto diretta: quale tecnica ha più valore sul mercato dell’arte contemporanea?
La domanda se una fotografia di “straight photography” (scatto diretto, minima post-produzione) valga più di un’opera di “compositing” (fusione di più immagini) è mal posta. Non si tratta di una gerarchia di valore intrinseco, ma di due approcci artistici distinti, governati da criteri di valutazione differenti. Il valore di una foto diretta, sulla scia di Henri Cartier-Bresson o Sebastiao Salgado, risiede nell’autenticità del momento, nella forza narrativa e nella capacità del fotografo di catturare una realtà irripetibile. Qui, il valore è legato all’istante.
Il compositing creativo, praticato da artisti come Andreas Gursky o Jeff Wall, sposta invece il baricentro del valore dalla cattura del momento alla complessità concettuale e alla visione autoriale. L’opera non è più una finestra sul mondo, ma un mondo costruito dall’artista, spesso in centinaia di ore di post-produzione. Il valore risiede nella coerenza della costruzione, nell’abilità tecnica e nell’originalità dell’universo visivo creato. L’ascesa della Crypto Art ha ulteriormente legittimato questo approccio: l’11 marzo 2021, Christie’s ha battuto all’asta un’opera dell’artista digitale Beeple, un colossale compositing, per quasi 70 milioni di dollari, consacrando il valore di mercato della manipolazione digitale come forma d’arte a sé stante.
Per un collezionista, è essenziale capire in quale categoria si colloca l’opera che sta valutando. Chiedere a un’opera di compositing l’autenticità di uno scatto diretto è un errore di giudizio. Al contrario, bisogna valutarla per la sua ambizione, la sua esecuzione e l’originalità della sua sintesi. Il seguente quadro riassume le differenze chiave.
| Aspetto | Compositing Creativo | Foto Diretta |
|---|---|---|
| Artisti di riferimento | Andreas Gursky, Jeff Wall, Beeple | Sebastiao Salgado, Henri Cartier-Bresson |
| Tempo di produzione | Centinaia di ore di post-produzione | Istante decisivo + minima post-produzione |
| Valore di mercato | Fino a 70 milioni (Beeple, 2021) | Variabile, dipende dalla firma artistica |
| Criterio di valore | Complessità concettuale e visione autoriale | Autenticità del momento e forza narrativa |
| Certificazione | NFT per opere digitali | Stampe certificate Fine Art |
La frode non emerge quando un artista usa il compositing, ma quando un’opera costruita viene presentata come uno scatto diretto, ingannando l’acquirente sui presupposti del suo valore. Ancora una volta, la trasparenza sul processo è l’unica vera discriminante.
L’errore di un fotoritocco eccessivo che rende la pelle dei soggetti finta e datata
Se la manipolazione può essere un potente strumento creativo, un suo uso maldestro può distruggere il valore di un’immagine, specialmente nei ritratti. L’errore più comune e insidioso è il fotoritocco eccessivo della pelle. Un’eccessiva levigatura che elimina ogni poro, ogni imperfezione e ogni segno del tempo non rende il soggetto “più bello”, ma lo spinge nella cosiddetta “uncanny valley”: una zona percettiva in cui un’immagine quasi umana, ma non del tutto, genera un senso di repulsione e artificiosità. Una pelle che appare come plastica o cera non è un segno di maestria tecnica, ma di cattivo gusto e di un’estetica datata, legata ai primi anni della fotografia digitale.
Oggi, sia nel mondo della moda che in quello dell’arte, si assiste a una forte controtendenza che celebra l’autenticità. Un ritratto di valore non nasconde la texture della pelle, ma la esalta attraverso una sapiente gestione della luce. La qualità di un ritratto contemporaneo si misura sulla sua capacità di rivelare il carattere, non di cancellarlo. Un collezionista esperto sa che un’opera con un fotoritocco della pelle visibilmente “finto” è un cattivo investimento: è un’opera che invecchierà male, perché legata a una moda passeggera e tecnicamente superata.
Studio di caso: Lancôme, Julia Roberts e la pubblicità “troppo perfetta”
Un caso emblematico che ha segnato un punto di svolta nella percezione pubblica del fotoritocco è avvenuto nel Regno Unito. L’Advertising Standards Authority, l’organo di controllo della pubblicità, ha vietato una campagna pubblicitaria di Lancôme con l’attrice Julia Roberts. La motivazione non era di natura morale, ma tecnica: la pelle impeccabile mostrata nella foto era stata giudicata “troppo bella per essere vera” e quindi fuorviante per il consumatore. Questo episodio ha evidenziato come l’eccesso di ritocco non sia solo una questione estetica, ma possa essere considerato una vera e propria alterazione della realtà con implicazioni commerciali e legali. Questo sentimento è condiviso anche da molte celebrità e associazioni, come l’American Medical Association, che ha criticato l’impatto di tali immagini idealizzate.
Per un gallerista o un collezionista, questo significa allenare l’occhio a riconoscere un ritocco di qualità. Un buon ritocco è invisibile e rispettoso: corregge piccole distrazioni (un brufolo, un capello fuori posto) ma preserva la texture e la tridimensionalità del volto. Un cattivo ritocco, invece, appiattisce, uniforma e crea un’inquietante maschera digitale. Nel mercato dell’arte, il secondo tipo non è solo un errore estetico, è un fattore che deprezza attivamente l’opera.
Quando i difetti del monitor non calibrato emergono disastrosamente sulla stampa Fine Art?
Uno degli snodi più critici e sottovalutati nel percorso di un’opera fotografica digitale è il passaggio dal mondo immateriale dello schermo a quello fisico della stampa. È in questo momento che un’apparente negligenza tecnica, come l’uso di un monitor non calibrato, si trasforma in un disastro irreversibile. Un artista che lavora su uno schermo con dominanti cromatiche (ad esempio, troppo caldo o troppo freddo), eccessiva luminosità o contrasto alterato, sta prendendo decisioni artistiche basate su informazioni visive false. Il risultato è che i colori, i toni e la luminosità che vede a schermo non corrisponderanno a quelli che usciranno dalla stampante Fine Art.
Questo problema, noto come “mancanza di coerenza cromatica”, è una delle principali cause di stampe deludenti e, per un collezionista, di opere che non rispettano le aspettative. Una fotografia che a schermo appariva vibrante e bilanciata può rivelarsi in stampa spenta, troppo scura o con dominanti di colore inaspettate. La frode, in questo caso, non è intenzionale, ma è il risultato di un flusso di lavoro non professionale. La calibrazione del monitor tramite un colorimetro e l’uso di profili colore standardizzati (profili ICC) non sono optional per un fotografo professionista, ma requisiti fondamentali per garantire che ciò che si vede sia ciò che si stampa.
Per un collezionista, verificare questo aspetto è un passo fondamentale della due diligence prima dell’acquisto. Non si tratta di un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, ma di una garanzia sulla qualità e sulla fedeltà dell’opera finale. Per questo, abbiamo stilato una checklist pratica per guidare questa verifica.
Checklist di due diligence cromatica per collezionisti
- Richiedere la prova di stampa certificata (Bon à Tirer) firmata dall’artista, che funge da riferimento cromatico definitivo.
- Verificare che l’intero flusso di lavoro, dall’artista allo stampatore, utilizzi profili colore standardizzati (come Adobe RGB o ProPhoto RGB) e documentati.
- Chiedere il “Certificato di Coerenza Cromatica”, un documento co-firmato da artista e stampatore che attesti la corrispondenza tra il “Bon à Tirer” e la tiratura finale.
- Indagare sulla gestione del colore dello studio: chiedere quando è stata effettuata l’ultima calibrazione del monitor usato per la post-produzione.
- Controllare il tipo di carta e inchiostri utilizzati, poiché la loro combinazione (definita da un profilo ICC specifico) è cruciale per la resa finale e la durata dell’opera.
Un’opera Fine Art il cui colore è frutto del caso e non del controllo non possiede la statura professionale richiesta dal mercato dell’arte. La coerenza cromatica non è un vezzo, ma il ponte che collega l’intenzione dell’artista alla realtà fisica dell’opera acquistata.
Come l’upscaling neurale permette di stampare immagini giganti da file piccoli senza sgranare?
Tradizionalmente, la dimensione di una stampa era direttamente legata alla risoluzione del file originale. Stampare in formati molto grandi da file piccoli produceva inevitabilmente un risultato sgranato e con una perdita di dettaglio, poiché il software si limitava a “stirare” i pixel esistenti. L’avvento dell’upscaling neurale, basato su intelligenza artificiale, ha ribaltato questo paradigma. A differenza dell’interpolazione tradizionale, gli algoritmi di IA non si limitano a ingrandire i pixel: analizzano milioni di immagini per “imparare” come sono fatte le texture, i contorni e i dettagli, e poi utilizzano questa conoscenza per ricostruire in modo intelligente le informazioni mancanti nel file a bassa risoluzione.
Il risultato è la capacità di generare file di altissima risoluzione da originali modesti, aprendo possibilità creative e di stampa prima impensabili. Software specializzati sono in grado di effettuare ingrandimenti straordinari, permettendo in teoria di ampliare le foto fino a dimensioni di 1×1 miliardo di pixel. Questo significa poter stampare un’immagine scattata con un vecchio smartphone su una parete di diversi metri senza una visibile perdita di qualità. Per gli artisti, è un’opportunità per dare nuova vita ad archivi digitali a bassa risoluzione o per realizzare opere monumentali senza la necessità di fotocamere da centinaia di megapixel.
Tuttavia, questa tecnologia solleva questioni etiche fondamentali per un collezionista. Se l’IA “inventa” dettagli che non erano presenti nell’originale, l’opera è ancora una fotografia o diventa qualcos’altro? Chi è l’autore di questi dettagli: il fotografo o lo sviluppatore dell’algoritmo? Questa non è una domanda puramente filosofica, ma ha implicazioni dirette sul diritto d’autore, sull’autenticità e sul valore dell’opera. Un’immagine ingrandita con IA dove i dettagli sono stati generati ex novo potrebbe essere classificata più come “immagine sincretica” o “fotografia potenziata da IA” piuttosto che come fotografia pura. La trasparenza sull’uso di queste tecniche diventa, ancora una volta, l’elemento chiave per una corretta valutazione.
L’errore di fidarsi di autentiche datate senza richiedere la conferma delle fondazioni attuali
Nel mercato dell’arte tradizionale, un certificato di autenticità cartaceo è stato a lungo il gold standard. Tuttavia, con l’aumentare della sofisticazione dei falsi, anche i certificati possono essere contraffatti. Un errore comune per un collezionista è fidarsi di un’autentica datata, magari rilasciata decenni prima, senza richiedere una conferma o una nuova perizia da parte delle fondazioni o degli archivi ufficiali dell’artista, che oggi dispongono di strumenti di analisi più avanzati. Questo rischio è amplificato nel mondo digitale, dove un file può essere copiato all’infinito senza perdita di qualità.
In questo contesto, la tecnologia blockchain e i Non-Fungible Tokens (NFT) sono emersi come una potenziale soluzione per tracciare la proprietà e l’unicità di un’opera digitale. Un NFT è un certificato di proprietà digitale, registrato su una blockchain, che identifica in modo univoco un file. Questo permette di creare una “scarsità artificiale” per un bene infinitamente riproducibile e di tracciare in modo trasparente e immutabile ogni passaggio di proprietà.
Studio di caso: NFT e certificazione blockchain per opere digitali
Un’opera d’arte, sia essa nativa digitale o digitalizzata, può essere “tokenizzata”, ovvero associata a un NFT. Questo token, grazie alle caratteristiche della blockchain, funziona come un codice identificativo che ha valore di certificato di proprietà digitale. Ogni volta che l’NFT viene venduto, la transazione viene registrata permanentemente sulla blockchain. Questo crea uno storico delle cessioni (provenance) pubblico e incorruttibile, permettendo di rintracciare la catena di proprietà fino all’artista originale. Per un collezionista di opere digitali o di fotografie vendute come NFT, questo sistema offre un livello di sicurezza sulla provenienza prima inimmaginabile.
Tuttavia, è fondamentale non confondere il certificato di proprietà (l’NFT) con il certificato di autenticità dell’opera stessa. L’NFT garantisce chi possiede il token, ma non necessariamente che l’opera associata sia autentica. Un’analisi critica è d’obbligo.
Si dubita dunque che un NFT possa effettivamente costituire un certificato di autenticità di quanto in esso incluso o richiamato, mentre invece sembra essere più idoneo a garantire la catena delle transazioni che lo riguardano. Non solo, identificando in maniera univoca un file o una serie limitata di ‘oggetti digitali’, un NFT potrebbe più realisticamente costituire un certificato di ‘unicità’ o ‘scarsità’ rispetto al file ad esso associato.
– Agenda Digitale, NFT e arte: lo stato delle regole su autenticità e diritti d’autore
L’NFT è quindi uno strumento potente per la tracciabilità, ma non sostituisce la due diligence sull’autenticità dell’opera in sé, che rimane un’analisi da condurre tramite esperti, archivi e, quando possibile, confronto diretto con l’artista. La fiducia non va riposta ciecamente nella tecnologia, ma nel processo di verifica che essa abilita.
Punti chiave da ricordare
- La vera frode non è la manipolazione, ma l’opacità del processo. La trasparenza è il principale criterio di valore.
- Esistono due approcci validi: la foto diretta (valore nell’istante) e il compositing (valore nella costruzione). L’importante è non confonderli.
- La certificazione dell’autenticità oggi è un processo a più livelli: tracciabilità digitale (NFT), coerenza cromatica (profili ICC) e validazione materiale (stampa su carta museale).
Perché la carta cotone museale è indispensabile per certificare una stampa Fine Art?
Nell’era dell’immaterialità digitale, l’oggetto fisico rimane il punto di arrivo ultimo e tangibile del valore di un’opera fotografica. E quando si parla di stampe Fine Art, la scelta del supporto non è un dettaglio, ma un elemento fondante della sua autenticità, del suo valore e della sua longevità. La carta cotone museale non è semplicemente una carta di alta qualità; è lo standard de facto per la certificazione di una stampa destinata al mercato del collezionismo.

Realizzata al 100% con fibre di cotone, questa carta è priva di acidi e di lignina, gli agenti chimici presenti nelle carte standard che causano l’ingiallimento e il deterioramento nel tempo. Abbinata a inchiostri a pigmenti (e non a coloranti), una stampa su carta cotone può avere una durata archivistica certificata di oltre 200 anni, a differenza dei 20-50 anni di una stampa fotografica tradizionale. Questa stabilità cromatica e strutturale è ciò che le conferisce lo status “museale”. Per un collezionista, acquistare una stampa su questo tipo di supporto significa investire in un’opera destinata a durare per generazioni.
Oltre alla longevità, la carta cotone offre una resa estetica ineguagliabile. La sua texture superficiale, che può essere liscia o texturizzata, conferisce profondità e matericità all’immagine, trasformando la stampa da semplice riproduzione a oggetto d’arte a sé stante. Il mercato riconosce questo valore: una stampa Fine Art certificata su carta cotone ha un valore percepito e reale significativamente più alto.
| Caratteristica | Carta Cotone Museale | Carta Fotografica Standard | Canvas |
|---|---|---|---|
| Durata archivistica | 200+ anni | 20-50 anni | 75-100 anni |
| Certificazione Fine Art | Sì | No | Dipende dal trattamento |
| Resistenza alla luce | Eccellente con inchiostri pigmentati | Buona | Molto buona |
| Valore di mercato | Premium (+40-60%) | Standard | Medio-alto |
| Texture superficiale | Matte/Semi-matte naturale | Glossy/Matte sintetica | Tessuta |
In conclusione, la catena della fiducia si chiude qui, sull’oggetto. Un file digitale può essere manipolato, un certificato può essere falsificato, ma la qualità materiale di una stampa su carta cotone museale, firmata e numerata dall’artista, rappresenta la prova fisica e definitiva dell’intenzione artistica e dell’impegno verso la qualità. È l’ultimo e più importante sigillo di garanzia contro la frode.
Per tutelare il proprio investimento e la propria collezione, il passo successivo consiste nell’esigere sistematicamente questa documentazione di processo e questa qualità materiale per ogni nuova acquisizione, trasformando ogni acquisto in un atto informato e sicuro.
Domande frequenti su Fotoritocco artistico: quando la manipolazione digitale diventa frode per il collezionista?
L’IA che aggiunge dettagli inesistenti crea ancora una ‘fotografia’?
Quando l’IA ricostruisce o aggiunge parti significative, sorge il dilemma della paternità dell’opera. Alcuni propongono una nuova tassonomia: ‘Fotografia potenziata da IA’ per upscaling/denoise vs ‘Immagine sincretica generata da IA’ quando l’IA altera sostanzialmente il contenuto.
Chi è l’autore quando l’IA interviene pesantemente?
L’artista che ha guidato il processo o lo sviluppatore dell’algoritmo? Questo impatta direttamente autenticità, diritto d’autore e valore dell’opera sul mercato.
Come garantire trasparenza verso il collezionista?
È cruciale dichiarare esplicitamente l’uso di IA nell’upscaling, distinguendo tra interventi di miglioramento tecnico e generazione di contenuto nuovo.