Pubblicato il Maggio 15, 2024

Contrariamente al mito dell’artista in preda a un raptus caotico, la tecnica del dripping di Jackson Pollock è un esercizio di magistrale controllo delle leggi fisiche.

  • La scelta di vernici specifiche (fluidi newtoniani) e la coreografia dei movimenti del corpo non erano casuali, ma mirate a dominare la viscosità e la gravità.
  • L’autenticità delle sue opere è scientificamente dimostrabile attraverso l’analisi della loro “dimensione frattale”, una firma matematica impossibile da replicare a caso.

Raccomandazione: Analizzare un’opera di action painting non solo con gli occhi dell’esteta, ma anche con quelli del fisico, per decodificarne il processo creativo e verificarne l’autenticità.

L’immagine di Jackson Pollock che si muove come un danzatore sciamanico attorno a una tela stesa sul pavimento, lanciando e sgocciolando vernice in un apparente impeto di caos creativo, ha definito un’intera epoca artistica. Molti si fermano a questa superficie, interpretando il dripping come una pura esplosione di energia istintiva, un atto quasi automatico di liberazione emotiva. Questa visione, per quanto romantica, è una semplificazione che ignora la profonda intelligenza fisica alla base del processo.

Se la vera chiave per comprendere Pollock non fosse nel “caos”, ma nel suo esatto opposto, ovvero in un controllo scientifico e ripetibile? E se ogni filo di colore, ogni macchia, non fosse il risultato del caso, ma della precisa applicazione delle leggi della fluidodinamica? Questo articolo si propone di demistificare la tecnica del dripping, analizzandola non come un mistero artistico, ma come un sistema fisico complesso e governato da variabili misurabili. Esploreremo come la scelta dei materiali, il movimento del corpo e persino la gravità siano stati tutti elementi di una coreografia calcolata, la cui firma è oggi leggibile attraverso strumenti matematici come l’analisi frattale. Preparatevi a guardare Pollock non più come un sacerdote del caos, ma come un maestro della fisica applicata.

Per chi preferisce un approccio visivo, il video seguente offre un’immersione nell’universo dell’action painting, mostrando l’energia e il movimento che sono parte integrante di questa forma d’arte e che completano l’analisi scientifica che andremo a sviluppare.

In questo articolo, analizzeremo punto per punto le prove scientifiche che trasformano la nostra percezione del dripping. Ogni sezione svelerà un aspetto del controllo fisico esercitato da Pollock, dimostrando come la scienza possa essere lo strumento più potente per apprezzare e autenticare l’arte.

Perché usare vernici industriali per automobili è essenziale per ottenere il “laccio” perfetto?

La scelta di Pollock di utilizzare smalti alchidici industriali, come quelli della marca Duco destinati alla carrozzeria delle automobili, non fu un vezzo ma una decisione scientificamente fondata. La chiave per comprendere questa scelta risiede nel concetto di viscosità e nel comportamento dei fluidi. A differenza delle vernici acriliche moderne, che sono fluidi “pseudoplastici” (la loro viscosità diminuisce quando vengono agitate o stese), gli smalti alchidici sono fluidi newtoniani. Ciò significa che la loro viscosità rimane costante, variando significativamente solo con la temperatura.

Questa proprietà è fondamentale per la tecnica del dripping. Un fluido newtoniano, quando viene versato, forma filamenti continui e prevedibili, i cosiddetti “lacci” che caratterizzano le opere di Pollock. La vernice non si “rompe” in gocce separate facilmente, a meno che non si superi una certa velocità critica. È proprio questo equilibrio che l’artista dominava. Uno studio di fluidodinamica ha dimostrato che Pollock riusciva a contrastare l’instabilità a spirale che porta alla rottura del filo di vernice combinando magistralmente tre variabili: la velocità della sua mano, la viscosità intrinseca della vernice e la distanza dalla tela.

L’utilizzo di una vernice acrilica, la cui viscosità cambia dinamicamente con il movimento, avrebbe reso impossibile ottenere quei filamenti lunghi e ininterrotti. La sua non era quindi una scelta di convenienza, ma una selezione precisa del “materiale” fisico più adatto per eseguire la sua visione, un materiale le cui proprietà gli permettevano un controllo assoluto sul comportamento del colore.

Come il ritmo cardiaco e respiratorio dell’artista influenza la densità della trama pittorica?

Se la vernice è lo strumento e la fluidodinamica la legge, il corpo dell’artista è il motore che applica queste leggi. La definizione di “Action Painting” assume una connotazione scientifica quando si analizza il movimento di Pollock come una coreografia balistica. Non si tratta di una danza casuale, ma di un sistema complesso in cui ogni gesto ha una conseguenza fisica precisa sulla tela. I suoi movimenti ampi e circolari attorno all’opera non servivano solo a coprire la superficie, ma a impartire energia cinetica alla vernice in modi differenti.

Come sottolinea un’analisi della sua tecnica, l’artista utilizzava l’intero corpo per indirizzare il colore. Questo coinvolgimento totale introduce nel sistema delle micro-variazioni ritmiche. Il battito cardiaco e il ciclo respiratorio, per quanto involontari, si traducono in leggere oscillazioni nella velocità e nell’ampiezza dei movimenti della mano. Questi impulsi ritmici, quasi impercettibili, influenzano la deposizione della vernice, creando variazioni nella densità e nello spessore delle linee. Una trama più fitta e nervosa potrebbe corrispondere a un momento di maggiore sforzo fisico o tensione emotiva, tradotto in movimenti più rapidi e corti.

La pittura d’azione era tale poichè egli, come uno sciamano primitivo, utilizzava l’intero corpo per indirizzare il colore, restando in piedi e girando progressivamente intorno alla tela.

– Stile Arte Magazine, Analisi della tecnica di Jackson Pollock

L’immagine seguente cattura perfettamente questa idea del corpo come strumento di creazione, un epicentro di movimento da cui si dipana la complessa rete di tracce sulla tela.

Vista dall'alto di un artista in movimento circolare attorno a una tela

L’irregolarità “organica” delle sue opere non è quindi figlia del caso, ma della complessa interazione tra un sistema di controllo volontario (i movimenti ampi) e le perturbazioni involontarie generate dalla fisiologia stessa dell’artista. È la firma fisica del corpo umano impressa nelle leggi della fluidodinamica.

Caos organico o macchie forzate: come l’analisi frattale smaschera i falsari?

La prova definitiva che l’arte di Pollock non è “caos” risiede in un campo inaspettato: la matematica, e più precisamente la geometria frattale. Un frattale è una forma geometrica che si ripete nella sua struttura allo stesso modo su scale diverse. Molti fenomeni naturali, come le coste, i fiocchi di neve o i rami degli alberi, mostrano caratteristiche frattali. Negli anni ’90, il fisico Richard Taylor scoprì che anche i dipinti di Pollock lo sono.

Analizzando le opere, Taylor misurò la loro “dimensione frattale” (D), un valore che quantifica la complessità con cui una forma riempie lo spazio. Scoprì che le opere di Pollock non solo possedevano una dimensione frattale consistente, ma questa aumentava con il tempo: secondo i suoi studi, la dimensione frattale delle opere crebbe da D=1,3 a D=1,9 tra il 1945 e il 1950. Questo dimostra una progressione e un controllo crescente sulla complessità della trama, non un’esplosione casuale. Un gesto puramente aleatorio non produce una struttura frattale così definita.

Questa scoperta ha avuto un’applicazione pratica rivoluzionaria: l’autenticazione. I falsari, cercando di imitare il “caos” di Pollock, producono macchie e linee che a un’analisi matematica risultano troppo casuali o, al contrario, troppo ripetitive. Non riescono a replicare la complessa firma frattale che deriva dalla coreografia fisica dell’artista. L’efficacia di questo metodo è sbalorditiva: studi successivi hanno dimostrato che l’analisi frattale ha raggiunto un tasso di successo del 93% nel distinguere i veri Pollock dalle imitazioni. La matematica, quindi, non solo smaschera l’inganno ma rivela la profonda e quasi inconscia padronanza di una geometria naturale da parte dell’artista.

Piano d’azione: Checklist per l’analisi fisica di un’opera gestuale

  1. Valutazione del materiale: Analizzare la fluidità delle linee. Sono continue e filiformi (tipico di un fluido newtoniano come lo smalto alchidico) o si interrompono bruscamente in gocce (tipico di fluidi meno viscosi o di gesti incontrollati)?
  2. Analisi balistica delle tracce: Osservare la forma delle macchie. Gocce perfettamente rotonde indicano una caduta verticale (controllo), mentre tracce allungate e asimmetriche indicano un lancio (gesto e velocità).
  3. Ricerca della dimensione frattale: Esaminare la complessità a diverse scale. I pattern si ripetono in modo simile ingrandendo un dettaglio? L’opera sembra ugualmente “piena” e complessa da vicino e da lontano? Questo indica una possibile natura frattale.
  4. Ispezione della stratificazione: Identificare i diversi strati di colore. È possibile distinguere un “sotto” e un “sopra”? Questo rivela la sequenza temporale della creazione e la profondità spaziale.
  5. Verifica dell’orientamento: Cercare accumuli di vernice. Presentano bordi netti e livellati, tipici di una pozza formatasi per gravità su un piano orizzontale? Questo conferma la creazione a terra.

L’errore di fermarsi alla superficie estetica ignorando la stratificazione spaziale della rete

Uno degli errori più comuni nell’osservare un’opera di Pollock è trattarla come una superficie bidimensionale, un groviglio di linee su un piano. In realtà, ogni suo capolavoro è un oggetto tridimensionale, una registrazione fisica della dimensione temporale. La tecnica del dripping, eseguita in più sessioni, crea una complessa stratificazione di vernice. I colori applicati per primi giacciono sul fondo, mentre quelli successivi si sovrappongono, creando una profondità reale e percepibile.

Questa stratificazione non è un dettaglio tecnico, ma il cuore della narrazione dell’opera. Leggere un Pollock significa viaggiare con l’occhio attraverso questi strati, ricostruendo la cronologia della sua creazione. Un’opera come Autumn Rhythm (Number 30) è un esempio lampante. Con le sue dimensioni monumentali, non presenta un punto focale. Il centro non è più importante dei bordi. L’occhio è costretto a vagare, a perdersi dentro una rete che crea uno spazio ottico tridimensionale. Si percepisce chiaramente quali linee sono state tracciate prima e quali dopo, quali galleggiano in superficie e quali sono quasi sepolte.

Ignorare questa profondità significa perdere la dimensione performativa dell’opera. Non si sta guardando un’immagine, ma la traccia fossile di una serie di eventi. L’artista ha aggiunto, coperto, rivelato, creando un dialogo tra i diversi strati nel tempo. Ogni strato è un capitolo della storia, e la loro sovrapposizione è la sintassi che lega la narrazione. Fermarsi all’impatto estetico della superficie è come leggere solo la copertina di un libro denso di avvenimenti.

Ogni strato è la registrazione di una fase del processo creativo. Leggere gli strati dal basso verso l’alto permette di ricostruire la narrazione della creazione.

– Andrea Concas, Analisi del processo creativo di Pollock

Pavimento o parete: quando cambiare l’orientamento di un’opera nata a terra ne altera la percezione?

La decisione di Pollock di dipingere posando la tela sul pavimento non era solo una questione di comodità o di scala, ma una scelta strategica per imbrigliare e utilizzare la forza di gravità. Dipingere su un piano orizzontale cambia radicalmente il modo in cui la vernice liquida si comporta. Invece di colare verso il basso come farebbe su una parete verticale, la vernice si espande in modo radiale, si accumula in pozze e si livella secondo la tensione superficiale e la gravità.

Questa interazione è una componente essenziale dell’opera. L’analisi fisica delle opere di Pollock conferma che il modo in cui il colore si muove è governato da un triumvirato di forze: la gravità, la viscosità della vernice e l’inerzia impressa dal gesto dell’artista. Su un piano orizzontale, la gravità agisce in modo uniforme, permettendo alla vernice di sedimentare e formare accumuli con bordi netti e superfici livellate, caratteristiche impossibili da ottenere su un piano verticale dove la vernice continuerebbe a scendere e a deformarsi.

Dettaglio ravvicinato di pozze di vernice livellate orizzontalmente su tela

Quando un’opera creata orizzontalmente viene appesa a una parete, la sua percezione cambia. Non vediamo più solo la traccia del movimento dell’artista, ma anche la testimonianza fossile dell’azione della gravità. Le pozze di vernice essiccate, che un tempo erano laghi piatti, diventano elementi topografici su una mappa verticale. Cambiare l’orientamento non è un atto neutro: è l’azione finale che “congela” l’opera e la presenta allo spettatore in una configurazione che rivela la sua storia fisica. L’assenza di colature verticali diventa la prova inconfutabile della sua genesi orizzontale, un’altra firma fisica del suo processo controllato.

Come leggere i movimenti del corpo dell’artista osservando solo le tracce sulla tela?

Ogni segno lasciato sulla tela da Pollock è una traccia balistica che può essere decodificata per ricostruire i movimenti del suo corpo. L’analisi della morfologia delle macchie e delle linee permette di fare “ingegneria inversa” sul gesto che le ha prodotte. Non è necessario vedere il filmato di Hans Namuth per sapere come si muoveva l’artista: la tela stessa è il resoconto più fedele.

La “decodifica balistica” si basa su principi fisici semplici. Per esempio:

  • Una macchia perfettamente rotonda, circondata da piccoli schizzi radiali (effetto “corona”), indica una goccia caduta verticalmente da una certa altezza. Questo è il risultato di un gesto lento e controllato, un semplice sgocciolamento.
  • Una traccia allungata e direzionale, spesso più sottile all’inizio e più spessa alla fine, indica un lancio violento e rapido. La sua forma e direzione rivelano la traiettoria e la velocità del movimento del braccio.
  • Una linea spessa e sinuosa suggerisce un movimento lento e ravvicinato alla tela, dove il contenitore della vernice era quasi a contatto con la superficie, permettendo un flusso continuo e abbondante.

Analizzando la direzione, la curvatura e l’intersezione di queste tracce, è possibile mappare la coreografia dell’artista. Si può dedurre da quale lato della tela stava lavorando, se si stava muovendo rapidamente o lentamente, se i suoi gesti erano ampi e aerei o piccoli e concentrati. Come ha osservato la critica Clelia Bartoli, l’artista camminava attorno alla tela e si allungava per versare il colore dove voleva. La tela diventa così una mappa topografica dei suoi spostamenti, un sismografo che ha registrato l’energia e la direzione di ogni suo singolo gesto.

Come la spettroscopia identifica pigmenti anacronistici smascherando i falsari?

Oltre all’analisi matematica frattale, un altro potente strumento scientifico per l’autenticazione delle opere d’arte è la spettroscopia. Questa tecnica analizza l’interazione tra la materia e la radiazione elettromagnetica, permettendo di identificare la composizione chimica esatta dei pigmenti utilizzati con una precisione assoluta e, spesso, in modo non distruttivo.

Uno dei casi più famosi nell’autenticazione riguarda il pigmento “Bianco di Titanio” (biossido di titanio). Questo pigmento esiste in due principali forme cristalline: l’anatasio e il rutilo. Sebbene chimicamente identici, la loro struttura cristallina è diversa. La forma anatasio era disponibile già dagli anni ’20, mentre le analisi spettroscopiche per l’autenticazione confermano che la forma rutilo, più coprente e stabile, è stata commercializzata su larga scala solo dopo la morte di Pollock. La spettroscopia Raman è in grado di distinguere in modo inequivocabile le due forme. Se un presunto Pollock contiene tracce di rutilo, è indiscutibilmente un falso.

Molti falsi sono stati scoperti proprio grazie a questa analisi. La presenza di un pigmento o di un legante la cui produzione è iniziata dopo la morte dell’artista è una prova schiacciante, un anacronismo chimico che tradisce il falsario. Ad esempio, la spettroscopia Raman può facilmente distinguere le diverse forme cristalline del biossido di titanio. In altri casi, l’analisi ha rivelato la presenza di sostanze come i derivati del chinacridone, pigmenti moderni utilizzati persino nelle stampanti a getto d’inchiostro, completamente estranei alla tavolozza di un artista della metà del XX secolo. La chimica, quindi, fornisce un verdetto inappellabile, basato su una cronologia industriale e non su un’opinione stilistica.

Da ricordare

  • La tecnica del dripping non è caotica, ma governata dalle leggi della fluidodinamica e dalla scelta di materiali specifici (fluidi newtoniani).
  • Le opere autentiche di Pollock possiedono una “dimensione frattale” misurabile, una firma matematica che aumenta nel tempo e che i falsari non riescono a replicare.
  • L’autenticazione scientifica si basa su metodi oggettivi come l’analisi frattale (matematica) e la spettroscopia (chimica), che individua pigmenti anacronistici.

L’errore di acquistare opere gestuali prive di documentazione video o fotografica dell’esecuzione

Nell’universo dell’action painting, dove il processo è importante quanto il risultato, l’atto creativo stesso diventa parte dell’identità dell’opera. Di conseguenza, la documentazione di tale processo assume un valore che va ben oltre il semplice interesse storico. Per un collezionista o un’istituzione, acquistare un’opera gestuale priva di una solida documentazione del processo esecutivo è un rischio enorme, un errore che ignora la natura stessa di questa forma d’arte.

Il caso più emblematico è quello delle celebri fotografie e dei filmati che Hans Namuth realizzò a Jackson Pollock mentre era al lavoro. Queste immagini non sono semplici ritratti dell’artista. Come evidenziato da analisi successive, esse sono diventate una vera e propria “prova del processo”, un elemento quasi indispensabile del certificato di autenticità di quelle opere. Mostrano la sua tecnica, la sua coreografia, la sua interazione fisica con la tela e i materiali. Forniscono un contesto inconfutabile che lega indissolubilmente l’opera all’artista e al momento della sua creazione.

Nell’era contemporanea, questa esigenza si è ulteriormente rafforzata. Per gli artisti che lavorano con tecniche gestuali, la documentazione video o fotografica del processo creativo non è un optional, ma una parte integrante della validazione dell’opera. Per un acquirente, l’assenza di tale documentazione dovrebbe essere un campanello d’allarme. Essa non solo aiuta a fugare dubbi sull’autenticità, ma arricchisce la comprensione dell’opera, rivelandone la dimensione performativa. Ignorare questo aspetto significa acquistare un oggetto privo della sua storia, un risultato finale scollegato dall’azione che lo ha generato e che ne costituisce l’anima.

Applicare questo sguardo analitico, che combina estetica e scienza, non solo arricchisce l’esperienza di fruizione dell’arte, ma fornisce anche gli strumenti critici indispensabili per navigare il mercato dell’arte con maggiore consapevolezza e sicurezza. Per valutare correttamente un’opera gestuale, è quindi fondamentale adottare un approccio che integri l’analisi stilistica con la verifica scientifica e la documentazione del processo.

Scritto da Elena Sartori, Restauratrice accreditata dal Ministero della Cultura ed esperta in diagnostica scientifica per i beni culturali, specializzata nella conservazione preventiva di dipinti e materiali contemporanei.